Gabriella segnala un articolo di una persona che descrive la propria uscita da facebook come una liberazione. Ha fatto bene Gabriella perché è un tema interessante.

Facebook è molto semplicemente un luogo pubblico. Ce ne sono tanti di luoghi pubblici: bar stracolmi di persone che prendono l’aperitivo, spiagge stipate di gente seminuda, feste allargate, tanto per menzionarne alcuni.

Non sono luoghi nei quali uno si aspetta che accadano cose particolarmente significative, anche se non si può escludere a priori. C’è un basso profilo, c’è un’atmosfera di disimpegno (c’è anche bisogno di quello …), non è obbligatorio. Non mi piacciono le spiagge stipate (effettivamente non molto)? Benissimo, le evito ma sono felice che a qualcuno giovino. Se a qualcuno giovano è bene che esistano.

Tutto qua.

Se poi vivo di vendite di gelati nelle spiagge, allora le spiagge affollate diventano un vero paradiso …

Se poi trovo utilità nel comunicare rapidamente e informalmente con tanti studenti, allora facebook diventa un vero paradiso …

Riguardo a posizioni come quella citata da Gabriella – ne ho lette e sentite tante – io penso che rivelino invece una eccessiva enfasi del sé e una scarsa reale attenzione per il mondo. Perché, in questo secondo caso, invece di stare tanto a pensare a cosa potrà succedermi nell’espormi – che volete che succeda, siamo 7 miliardi … – potrebbe essere molto più interessante cercare di capire a cosa potrebbe essere utile quello strumento.

In altre parole. La mia personale posizione sulla (sempre artificiosa) dicotomizzazione di FB (o altro) in bene o male lascerà il tempo che trova, meramente una opinione su 7 miliardi e comunque FB esisterà o meno a prescindere da essa. Se invece scopro un modo intelligente per migliorare anche di poco la vita agli altri e a me con FB, la cosa si fa interessante.

Ancora in altre parole. La vera non-educazione non-formazione della nostra società sta nell’eccesso di dichiarazioni e nel difetto di azioni.

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